Un nome inciso nella pietra
Nelle carceri della Rocca di Stellata, tra i segni lasciati da prigionieri di epoche diverse, spicca un’incisione:
“MAZZIOTTI – ALEXANDER – DETEN…”.

Un nome, un cognome, una condizione. Non una scritta qualsiasi, ma la volontà precisa di lasciare memoria di sé in un luogo di confine, di attesa e di sofferenza.
Il latino scelto – Alexander invece di Alessandro, detentus invece di detenuto – appare significativo: un linguaggio solenne, quasi epigrafico, più vicino alla tradizione classica che al linguaggio comune. Forse un modo per dare dignità al proprio gesto, per distinguersi dai comuni carcerati, o per consegnare alla memoria un messaggio universale: non dimenticatemi.
Le date incise accanto
Sulle stesse pareti compaiono altre incisioni con numeri romani e parole come OCTOBR. Tra queste spicca una formula: “EX XXVII AUGUSTI” – dal 27 agosto.
Non sappiamo con certezza a quale anno si riferisca, ma la coincidenza con la cronaca del Foglio di Verona del 14 settembre 1848, che racconta di prigionieri condotti a Stellata il 29 agosto, è sorprendente: due giorni di distanza appena.
Se la lettura è corretta, il graffito fisserebbe il giorno di inizio della detenzione, inciso dal prigioniero stesso come memoria del proprio tempo sospeso.


Stellata nell’estate del 1848
Se accettiamo questa datazione, il graffito acquista un possibile contesto storico ben preciso: l’anno 1848, la Prima guerra d’indipendenza.
Cronache del tempo, come il Foglio di Verona del 29 agosto 1848, riportano che gli Austriaci condussero prigionieri fino al confine di Stellata, dove alcuni furono rilasciati: Napoletani, Toscani e Svizzeri catturati nelle battaglie del Lombardo-Veneto.
Stellata, dunque, non fu solo rocca medievale e rinascimentale, ma anche luogo di transito per prigionieri risorgimentali. Le sue carceri, improvvisate o riutilizzate, furono parte di quel meccanismo di sorveglianza e controllo che seguiva la linea del Po.


Liberati o detenuti?
La cronaca parla di prigionieri “liberati” a Stellata. Ma perché allora Alexander Mazziotti avrebbe inciso la parola detentus?
La spiegazione può trovarsi nella prassi militare del tempo:
• “Liberato” significava spesso espulso dai domini austriaci, non libero nel senso moderno.
• I prigionieri venivano consegnati al confine ma prima trattenuti nelle carceri locali, in attesa di scorte o documenti.
• Dal punto di vista del prigioniero, chiuso in cella, la condizione era chiara: detenuto.
Il graffito fotografa dunque l’esperienza vissuta, non lo stato giuridico finale.
Il cognome Mazziotti
Il cognome non è tipico del Ferrarese. Al contrario, affonda le radici nel Mezzogiorno, soprattutto nel Cilento e a Napoli, dove la famiglia Mazziotti era nota già a fine Settecento per l’impegno liberale e repubblicano.
Se l’incisione appartenesse davvero a un patriota meridionale, non sorprenderebbe: nel 1848 volontari provenienti da tutta Italia presero parte ai moti, alcuni catturati e condotti lontano dalle loro terre.
Il latino dell’iscrizione sembra voler ribadire un legame ideale con la tradizione classica e con l’idea di una patria ancora da costruire.
Ipotesi e memoria
Non abbiamo ancora documenti d’archivio che identifichino con certezza Alexander Mazziotti. Potrebbe essere stato uno dei Napoletani citati nel Foglio di Verona, temporaneamente recluso a Stellata prima della liberazione. Oppure un volontario catturato in Veneto e trasferito lungo il Po.
Resta anche la possibilità che il graffito appartenga a un’altra vicenda ottocentesca di prigionia.
Quel che è certo è che il suo nome, inciso nella pietra accanto a date ottocentesche, ci restituisce una voce concreta e personale. È la traccia di un uomo che volle fissare per sempre la sua condizione di detenuto, forse l’unico ricordo sopravvissuto del suo passaggio a Stellata.
Conclusione
Il graffito attribuibile ad Alexander Mazziotti ci ricorda che la Rocca di Stellata non fu solo teatro di vicende medievali e rinascimentali, ma anche di episodi legati al Risorgimento.
Un nome inciso sul muro, cronache dimenticate, un cognome che ci porta dal Po fino a Napoli e al Cilento: indizi che, intrecciati, ci raccontano Stellata come crocevia di destini italiani.
Non una certezza storica definitiva, ma un’ipotesi forte, sostenuta da tracce materiali e documentarie. E proprio in questo risiede il fascino di queste scoperte: dare voce a chi, secoli fa, affidò la propria memoria a un graffito.
Nota di metodo
Il presente articolo si basa su indizi materiali e documentari: il graffito con il nome Mazziotti Alexander detentus nelle carceri di Stellata, le iscrizioni con date ottocentesche incise nelle stesse pareti, e la cronaca del Foglio di Verona (29 agosto 1848) che menziona la presenza di prigionieri a Stellata.
Questi elementi non consentono al momento di stabilire con certezza assoluta l’identità dell’autore del graffito né la sua data precisa. Tuttavia, la concomitanza delle tracce epigrafiche e delle testimonianze scritte rende plausibile e storicamente fondata l’ipotesi di una connessione con gli eventi del 1848 e con i prigionieri provenienti dal Mezzogiorno.
L’interpretazione proposta deve quindi essere letta come ricostruzione ipotetica, aperta a verifiche e approfondimenti archivistici futuri.
Michele Zanconato
Ringrazio Simone Bergamini per gli importanti spunti, stimoli e confronti
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