Dalla polenta alla memoria: Filomena, Adele e il dramma della pellagra a Stellata

Finiti i bagordi ferragostani, riportiamo alla luce una storia dimenticata. In tempi come i nostri, così instabili e fragili, vale la pena ricordare che non è passato poi molto da quando la fame e la malattia segnavano profondamente le nostre comunità.

Panem nostrum quotidianum (1894-1895), di Giuseppe Mentessi
– Museo dell’ottocento (Ferrara) –

Una malattia silenziosa

Oggi viviamo circondati da abbondanza, ma poco più di un secolo fa nel nostro territorio la pellagra era una condanna quotidiana.
Una dieta povera, quasi sempre basata sulla polenta, privava i corpi di ciò che serviva per vivere. Bastava così poco per ridurre in miseria interi borghi: corpi debilitati, menti smarrite, famiglie spezzate.


Filomena

Tra le vie acciottolate del borgo viveva Filomena.
La rotta del Po la strappò improvvisamente alla sua vita e la spinse a Ferrara, in cerca di un rifugio. Fu ricoverata al Manicomio provinciale: non ricordava più nulla, il corpo bruciato dalla pellagra, la pelle segnata da un rosso che non lasciava scampo.
Eppure, nei suoi occhi si intravedeva ancora una scintilla. Grazie a un po’ di cure, a un’alimentazione diversa, riuscì lentamente a riprendersi. Un piccolo miracolo, in un tempo in cui la malattia raramente concedeva scampo.


Adele

La storia di Adele fu diversa, e più dura.
Abitava in una stanza umida, buia, tra povertà e soprusi. La pellagra piombò nella sua vita senza pietà, portandole isolamento e dolore.
Aveva un carattere fiero, ribelle, che non si piegava. Ma la malattia la consumò giorno dopo giorno: il corpo si indeboliva, le piaghe diventavano ferite dell’anima oltre che della pelle. Alla fine la battaglia si concluse, e Adele se ne andò, lasciando però il segno della sua resistenza.


Una voce dal manicomio

Dal manicomio arriva anche la testimonianza del marito di Adele, anch’egli colpito dalla pellagra:
«Tutta la nostra famiglia aveva 1.300 grammi di polenta al giorno, e dovevano bastare per tre persone».
Parole che fanno rabbrividire: non sono cifre, sono la fotografia di una fame nera, che non lasciava scelta.


Scienza e coscienza: Clodomiro Bonfigli

In quegli stessi anni, a Ferrara, lavorava Clodomiro Bonfigli, direttore del manicomio dal 1873 al 1892.
A differenza di altri studiosi, non pensava che la pellagra fosse frutto di tossine o malattie ereditarie. Aveva capito che la radice era la miseria: una dieta povera, fatta quasi solo di mais.
Non si fermò alla teoria. Aprì mense popolari, promosse dispense rurali, scrisse bollettini e cercò di convincere la politica a cambiare le cose. Per lui guarire significava prima di tutto restituire dignità alla vita dei contadini.


Un borgo in crisi

La pellagra non colpiva solo i singoli: piegava interi borghi.
Gli agricoltori e i giornalieri, indeboliti, non riuscivano più a lavorare. I raccolti diminuivano, la fame cresceva, i legami sociali si logoravano. Era una spirale che trascinava con sé tutto e tutti.


Una memoria che ci appartiene

La pellagra è stata sconfitta solo nel Novecento, con un’alimentazione più varia e farine arricchite. Ma le cicatrici sono ancora lì, nei registri degli ospedali, nei ricordi tramandati, nelle storie di chi non ce l’ha fatta.

Filomena e Adele non sono soltanto nomi, ma volti di un passato che ci interpella ancora oggi.
E se dopo le abbondanze ferragostane proviamo a ricordarle, forse capiremo meglio quanto la stabilità alimentare e sociale non sia mai stata scontata.

Che questo racconto sia un invito a non dimenticare: la dignità e il futuro di un borgo nascono anche dalla consapevolezza del suo dolore passato.

© Michele Zanconato 2025

Fonti:

  • Bollettino del Manicomio Provinciale di Ferrara, voll. 5–8
  • Treccani – Dizionario Biografico, voce Clodomiro Bonfigli
  • Biblioteca Salaborsa – “La Commissione provinciale per la pellagra”

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