Quando il Po saliva, Stellata pregava

Un Crocifisso ligneo, un rito dimenticato e una memoria riemersa grazie a una domanda.


Qualche tempo fa, durante una conversazione legata ai restauri della chiesa parrocchiale di Stellata, mi fu chiesto se esistessero fotografie d’epoca degli altari. In quel momento non avevo immagini da offrire, ma ricordavo una preziosa descrizione del 1897, redatta da Antonio Bottoni e pubblicata negli Atti e Memorie della Deputazione Ferrarese di Storia Patria. Un testo fondamentale, certo, ma non visivo.

Navigando nel gruppo Facebook “Stellata (FE)”, erano emerse alcune fotografie degli altari, ma nessuna documentava la cappella del venerato Crocifisso. Poi, grazie alla generosa collaborazione di Marco Dondi, è emersa una cartolina proveniente dalla sua collezione privata. Non ritrae l’altare maggiore, ma la cappella laterale del Crocifisso, assente dalle raccolte precedenti.

Il Crocifisso ligneo e il suo volto


Proprio quella cappella ospita un’opera straordinaria: il Crocifisso ligneo descritto da Bottoni come “grande quasi al naturale”, con “ripiegamento generale del corpo lodevole” e “espressione ammirata da tutti”. Una scultura intensa, realistica, coinvolgente. Il volto scavato, le braccia tese, le pieghe del perizoma scolpite con un’attenzione che racconta la fragilità e il dolore, ma anche la dignità e la speranza.


E proprio quel Crocifisso fu protagonista, tra il 1788 e il 1812, di un rito unico, profondamente legato all’identità del paese.

Un rito potente, nato dalla necessità
Secondo quanto tramandato da Bottoni, e sulla base della cronaca di Vincenzo Roncati, durante le grandi piene del Po si compiva un gesto straordinario:

“Si usava in queste circostanze portarvi il Crocifisso della Chiesa maggiore in processione e, su due barche insieme unite e sfarzosamente pavesate, immergerlo fin alle ginocchia in Po.”

Non si trattava di una rogazione liturgica prevista dal calendario ecclesiastico. Era un rito votivo “alla bisogna”, attivato solo in presenza di una minaccia reale, concreta. Non seguiva formule predefinite, ma nasceva dal sentire collettivo. Il popolo, assieme al clero, decideva quando pregare in quel modo: una supplica incarnata, una preghiera lanciata direttamente al fiume, usando il solo linguaggio che si credeva potesse essere ascoltato.

La barca, il Crocifisso, il silenzio del paese: tutto contribuiva a esprimere la fragilità dell’uomo di fronte alla potenza della natura, e allo stesso tempo la fiducia nel divino. Donne, bambini, anziani, uomini del fiume: tutti guardavano quel Crocifisso immerso nell’acqua come si guarda una speranza fatta carne.

Il potere della memoria


Oggi quel rito non si ripete più, ma ne resta la memoria. E se la memoria è viva, anche il legame con le nostre radici può tornare a parlarci.

Ci siamo chiesti se quel Crocifisso sia ancora tra noi. Solo al termine dei restauri potremo dirlo con certezza. Ma lo abbiamo rivisto, grazie alle immagini d’epoca e al confronto con quelle più recenti. Ogni dettaglio combacia. E così, grazie a una piccola domanda, si è riattivata la memoria di un intero paese.

Ho commentato così questo momento di riscoperta, frutto di una collaborazione preziosa che ha prodotto risultati bellissimi:

“È sempre fantastico quando da una ‘piccola’ domanda si innesca quel meccanismo di ricerca, ricordo e condivisione di collezioni e saperi che apre le porte alla conoscenza di un luogo speciale.”

Conclusione
A volte, le cose si sanno. Ma servono gli occhi giusti, le domande giuste e, soprattutto, la voglia di ascoltare.

Quando il Po saliva, Stellata pregava. Oggi, quel gesto antico ci parla ancora, con una forza che solo la memoria autentica può conservare.

Michele Zanconato

In foto:


– Santini del Crocifisso
– Cartolina anni ’80 raffigurante la cappella laterale

– L’immagine che mostra il rito è una ricostruzione storica generata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, ispirata alle fonti originali dell’Ottocento.

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