Lo stemma del Papa torna a parlare: le api dei Barberini sulla Rocca di Stellata

di Michele Zanconato

Con la riapertura al pubblico della Rocca di Stellata, si rinnova anche lo sguardo su uno dei suoi dettagli più emblematici e, fino ad oggi, poco considerati: lo stemma marmoreo di papa Urbano VIII Barberini, scolpito sulla muratura esterna. Un simbolo che, pur non restaurato, torna oggi ad assumere rilievo storico e visivo, non solo per ciò che mostra, ma per ciò che rappresenta.

Lo scudo centrale, la tiara papale, le chiavi incrociate e le tre api d’oro in campo azzurro — disposte secondo lo schema canonico araldico, due in alto e una in basso — riemergono come frammenti di una narrazione più ampia: quella del potere pontificio al confine, della propaganda visiva, dell’identità trasformata.

Dettaglio dello stemma papale

Stellata: periferia geografica, centro politico

Lo stemma appartiene a Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, pontefice dal 1623 al 1644, protagonista di una delle stagioni più complesse del barocco romano. La sua araldica è tra le più riconoscibili del periodo, grazie alla presenza delle tre api, simbolo della famiglia Barberini e metafora di operosità, fedeltà e ordine.

La presenza di questo emblema sulla Rocca di Stellata si colloca probabilmente negli anni precedenti o coevi alla Guerra di Castro (1641–1644), quando il papato cercò di consolidare la propria autorità territoriale a fronte della crescente tensione con la famiglia Farnese.
Nel 1643, Odoardo Farnese, duca di Parma e Piacenza, invase la Romagna pontificia, occupò Stellata e Bondeno, stabilendovi un presidio militare per diversi mesi. La restituzione di questi luoghi — cruciale nei negoziati — fu uno dei nodi centrali del Trattato di Roma del 1644, che pose fine alla guerra e revocò la scomunica al Farnese.

In questo contesto, lo stemma sulla Rocca non è un semplice ornamento: è un sigillo di sovranità, affisso in un punto nevralgico per il controllo del fiume e dei traffici, visibile da chi entrava nello Stato della Chiesa. Un atto di presenza. Di affermazione.

La rocca e lo stemma

Tafani e api: l’ascesa simbolica dei Barberini

La vicenda araldica dei Barberini è altrettanto interessante. Originari di Barberino Val d’Elsa, i membri della famiglia portavano in origine il nome “Tafani” e raffiguravano nei propri stemmi tre tafani — insetti noti, ma di ben diversa percezione rispetto all’ape. Il nome fu poi mutato in “Barberini” e, con esso, anche il linguaggio simbolico.

Nel corso del XVI secolo, con l’ascesa alla nobiltà romana, i tafani furono sostituiti da api d’oro. Una sostituzione araldica che fu, al contempo, una dichiarazione di identità e un’operazione di immagine. L’ape non punge per parassitismo, ma lavora per la collettività, produce miele, vive in ordine. È, in questo senso, perfetta per rappresentare l’ideologia di una famiglia che si affermava tra curia e potere temporale.

Tuttavia, questa metamorfosi non passò inosservata. I nemici politici e i libellisti dell’epoca sottolinearono con sarcasmo il passaggio da tafano ad ape, accusando i Barberini di aver cambiato forma ma non sostanza. Un’interpretazione acida, ma sintomatica della tensione tra realtà genealogica e narrazione pubblica.

A Barberino, ancora oggi, si possono osservare stemmi scolpiti con tafani all’interno delle chiese (luoghi della memoria familiare) e api sulle facciate esterne, segno dell’identità mostrata al mondo. La doppia natura dell’araldica diventa così testimonianza visiva di un percorso sociale e culturale.

Lo stemma papale nella versione per ragazzini

Un dettaglio, una direzione

Lo stemma di papa Urbano VIII sulla Rocca di Stellata, per quanto usurato dal tempo, conserva la capacità di parlare con forza. La sua presenza ci ricorda che Stellata, pur nella sua dimensione di paese di confine, ha avuto un ruolo centrale nella geopolitica dell’Italia seicentesca. Che i simboli incidono nella pietra ma anche nella storia. E che il confine tra autorità spirituale e dominio militare non è mai netto, ma si riflette nei dettagli, anche in quelli che rischiamo di non vedere più.


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